timpa

 versione 2.0

in dinamico equilibrio fra gravità frivola e leggerezza pensosa

 



vicini e lontani
ammaliaapi
bluebee
daria bignardi
designersitaliani
finOcchio
in pezzi
la borsa di sara
la somma di due
larvotto
latteo
legger(a)mente
linus
logan time
matteo b. bianchi
mAu
sprazzi di luce
stadtschaft
steppo
une belle histoire
vanity hair
vica
scripta manent
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
ho scritto di...
amicizie
amori
aneddoti
arte
case
cinemi
comunicazioni
domande
equilibrismi
famiglie
gayezze
lavori
leggerezze
letture
lingue
mele
musiche
notti
numeri
oscurità
per adulti
ricordi
spettacoli
storie
tecnologie
tele-visioni
viaggi
grazie per le
*loading* visite



lunedì, 09 novembre 2009
 

Ich bin ein Berliner

1989
Timpa, con tono entusiasta: "Mamma, io vorrei andare a Berlino!"
Mamma di Timpa, con tono pacatamente categorico: "Tu non vai da nessuna parte."

Non molte volte mia mamma ha opposto un "no" così netto a un mio desiderio quindi vi assicuro che non ho proseguito il discorso in alcun modo perché era chiaro che la mia richiesta non sarebbe stata accontentata.
Del resto, sebbene in quei giorni si stesse abbattendo il Muro, io ero pur sempre un adolescente (quindi minorenne) che fino allora aveva viaggiato solo con i propri genitori e – probabilmente – non me la sarei sentita neppure io di andare in persona ad assistere all'evento che si stava vivendo in quei giorni. Però stavo con gli occhi incollati alla televisione, a guardare tutti i servizi che testimoniavano il momento storico che tutti noi stavamo vivendo.
Perché, per qualche ancora ignoto motivo, io sentivo il crollo del Muro come qualcosa che stava avvenendo accanto a me, che mi coinvolgeva in prima persona, di cui anche io avrei goduto le conseguenze: mi commuovevo, vedevo le immagini di un popolo in festa ed ero felice, ogni colpo di piccone a quelle sezioni di cemento lo davo anch'io, con loro scoprivo l'altra parte, qualunque essa fosse e per quante sorprese contenesse.
Allora a Berlino non ero ancora mai stato.

1999
Amico di Timpa (uno qualunque): "Dove vai in vacanza ad agosto?"
Timpa, con tono entusiasta: "In Germania!"
Amico di Timpa, con tono sorpreso (velato di malizia): "E a fare che d'estate?!?!!"

Quell'anno in agosto trascorsi tre settimane in giro per la Germania: partendo da Monaco di Baviera risalii la corrente come un salmone fuori stagione, fino a giungere ad Amburgo e toccando in tutto una decina di città. Fu un viaggio di esplorazione, del mondo che mi circondava e di quello che avevo dentro, un viaggio in cui provai molte cose e misi alla prova me. Se tutti dobbiamo avere un "viaggio di formazione", quello fu il mio.
L'evento di quella estate era la legalizzazione delle unioni omosessuali in Germania: quando conoscevo qualcuno, in poco tempo arrivava a dirmi entusiasta che da poche settimane era possibile "sposarsi" nella loro nazione, con una gioia e un coinvolgimento tale che sembrava quasi che ognuno lo stesse chiedendo a me. Invece nessuno ambì alla mia mano (ehm... gosh!... deglut... questa espressione si rivela davvero infelice), sebbene nel corso del viaggio ebbi la fortuna di vagliare un certo numero di possibili candidati.
Ovviamente il mio percorso toccò anche Berlino. C'ero finalmente stato per la prima volta un paio d'anni prima, con un gruppo dell'università: la trovammo sotto la neve di novembre e me ne innamorai perdutamente, anche grazie alle peripezie che io e F*** vi vivemmo in quei giorni (e notti), avendola come fantastico scenario del consolidarsi definitivo della nostra grande amicizia. Così, nell'estate del '99 colsi l'occasione per rivederla ancora, stavolta da solo e col caldo: non mi piacque certo meno.
Andando a visitare un edificio di cui immaginavo avessero completato la costruzione (e invece... Berlino è proprio la capitale della Zooropa) trovai un pieghevole color carta da zucchero, con una bella grafica bianca e grigio antracite, che annunciava le celebrazioni del decennale della caduta del Muro: realizzai allora che erano passati quasi 10 anni. Conservai quel pieghevole come uno dei tanti ricordi di quel viaggio ma ogni volta che lo guardavo mi ricordavo, con una punta di dispiacere, di essere passato per Berlino solo qualche mese prima delle celebrazioni.

2009
T***: "In una vita precedente, devi essere stato un gatto che è stato separato dal suo padrone per colpa del Muro."
Timpa, con tono divertito: "Può essere."
T***, con tono solenne: "Comunque ti prometto che il 9 novembre saremo a Berlino."

Sebbene la sua amica che doveva ospitarci fosse stata realmente pre-allertata, io e T*** non saremo nella capitale tedesca oggi, perché abbiamo smesso da qualche mese di declinare insieme la prima persona plurale. Però la sua affascinante ipotesi sul mio misterioso legame con Berlino e il Muro rimane valida, per quanto balzana. Del resto lui è l'unico che abbia tentato di dare una motivazione – seppure inequivocabilmente soggettiva – alla spontanea e sincera commozione che mi coglie puntualmente quando sento parlare del Muro mentre altri (ad esempio lui, tedesco d.o.c.) riconoscono l'importanza del vicenda storica ma senza che essa li coinvolga.
Sono stato a Belino solo un paio di settimane fa: anche quest'anno ho sfiorato i festeggiamenti senza centrarli (ma – lasciatemelo dire – sto migliorando la mira!). Per altro, so già quando vi tornerò e che per i prossimi due anni la rivedrò periodicamente, se tutto va bene. Infatti, gli episodi che da anni filano il 'fil rouge' che mi lega a questa città più che ad altre, hanno tramato perché vi trovassi qualcosa per cui oggi mi sento sicuro nell'affermare che per me Berlino è un luogo "dell'anima".
Oggi però mi aggirerò da tutt'altra parte d'Europa, ma non mancherò di indossare una maglietta con su scritto "I love Berlin" (o forse quella con l'ampelmann) e una felpa (oh, mica è estate nemmeno qui) con lo stesso semplice messaggio*: userò questo modo – apparentemente banale e "pop" – per celebrare a modo mio la caduta del Muro di Berlino, portando anche addosso la città che è sempre dentro di me.

Perché "Ich bin ein Berliner"!

*Se incontrate uno vestito così, ne consegue che:
1. avete trovato Timpa;
2. anche voi vi state aggirando fra le "mazanas".


lunedì, 02 novembre 2009
 

Sono una grossa vespa

Da qualche tempo ho ospiti.
Per la verità la nostra convivenza è tale che, se tenessero un blog, sono certo che pure loro scriverebbero di avere un ospite (però io sono arrivato prima!).
Qualche mese fa, affacciandomi dalla finestra del bagno che tengo sempre socchiusa e non apro quasi mai, ho scoperto che in un angolo in alto c'era appeso un oggetto rotondo, somigliante a una grezza semisfera bucherellata nella parte più piatta, brulicante di... Ahhh! Orrore: un alveare!
Ho richiuso alla velocità della luce e deciso di fingere di non sapere. Maturo e decisionista, eh?!?

Io non sono un tipo "bucolico" e la mia conoscenza in fatto di insetti è tale da farmi distinguere solo grandi famiglie, ragion per cui ho dovuto chiedere consiglio (con tanto di invio di documentazione fotografica) a un'amica il cui padre è apicultore per stabilire, innanzitutto, che si trattava di un alveare di vespe.
Il che mi è seccato, non tanto per la fama terrificante che circonda le vespe, quanto perché ho scoperto che, mentre qualunque apicultore è felice di venire a casa tua e prelevare un alveare di api – che non a caso, ho scoperto, sono addirittura una specie protetta – non frega niente a nessuno che tu abbia delle vespe e, se lo vuoi eliminare, ti devi arrangiare in qualche modo.

Seguendo i consigli degli amici, ho quindi valutato:
– i vigili del fuoco, che mi hanno risposto che non si occupano più di questo genere di servizi e mi hanno rimandato a un certo ufficio dell'istituto di igiene o a una ditta di disinfestazione;
– l'ufficio dell'istituto di igiene, che non mi ha mai neppure risposto (ho chiamato giusto un paio di volte ma mi è parso indicativo);
– le ditte privata, che però non ho mai neppure chiamato perché, viste le dimensioni dell'alveare, mi sembrava davvero un provvedimento non commisurato al caso;
– i vari consigli che si possono trovare su internet, ma io a quella brulicante cosa là non ho intenzione di avvicinarmi, neppure intabarrato;
– un micidiale insetticida che pare stecchisca all'istante le bestie e pure sciolga l'alveare, che per ora ho accantonato perché mi è parso un rimedio sì efficace ma ingiustificatamente feroce.

Di fatto, io e le vespe continuiamo a convivere spartendoci il territorio: io dentro casa, loro fuori dalla finestra.
Solo due volte una è entrata e io l'ho convinta a uscire favorendole il percorso e parlandole per farle rilevare che, come poteva constatare, non c'era niente di interessante per lei in casa mia, quindi sarebbe stato cortese che togliesse il disturbo. Per quanto questa scena sembrasse la versione ridotta e sacrilega di San Francesco che parla ai lupi, ha funzionato.

Dal canto mio, attraverso la fessura laterale dalla finestra a vasistas del bagno – che è sempre rimasta aperta – mi diletto ogni tanto a spiare le loro dinamiche di gruppo: indaffarate a ronzare attorno all'alveare, strette strette sulla superficie, tutte nascoste e solo qualche sentinella fuori, seguendo chissà quale sollecitazione proveniente dalle ore del giorno, dal ciclo vitale, dalle stagioni.
Mi colpisce soprattutto una cosa: sembrano sempre sapere cosa fare, come sistemarsi, dove andare. Non credo che in questo tipo di organizzazioni sociali l'insegnamento abbia un peso rilevante. Credo che l'esattezza di ogni loro comportamento sia dovuto prevalentemente all'istinto. Un istinto "soffocante" per quanto poco spazio lascia alla libera iniziativa, "stupido" per il determinismo con cui condiziona ogni azione; un istinto al contempo intelligentissimo e meraviglioso per l'estasiante esattezza che assegna alle loro vite.


Di recente mi hanno chiesto quali siano le persone e le cose che, nella mia vita, hanno davvero valore, che costituiscono il terreno sicuro in cui ho messo radici. Così, una domanda semplice! Ma si sa che frequento gente strana.
Beh, ha sorpreso prima di tutto me, constatare il fatto che rispondere a questa domanda è stato più semplice del previsto. Ci ho pensato un po' e ho velocemente stilato un breve elenco di persone e luoghi che sono la mia "terra": tre posti (forse quattro o cinque, allargando un po' il cerchio) e più o meno altrettante persone (qualcuna in più, per la verità e per fortuna). Chi, cosa e dove non lo saprete così facilmente... Ah! Ah! Ah (questa dovrebbe suonare satanica)

Dopo di che, a tradimento, mi hanno chiesto cosa succederebbe se tutte queste cose e persone scomparissero improvvisamente. Allora siete dei bastardi!
Con altrettanta semplicità – e forse addirittura maggiore – ho realizzato che avrei solo due possibilità: o una atterrante depressione autodistruttiva (per dare un'idea, più o meno l'equivalente dell'effetto del devastante insetticida di cui sopra per le vespe) o ricominciare daccapo a raccogliere un nuovo terreno in cui mettere nuove radici. Allora scovare angoli che diventino preziosi tanto da farmi prima o poi sentire a "casa", intessere rapporti con le persone fino a selezionare quelle con cui intrecciare le radici.
Il tutto per istinto, senza riflettere su cosa fare, solo perché è l'unica alternativa che ho: è l'unico modo in cui so comportarmi, l'unica cosa che so fare.
Per istinto.
Un istinto altrettanto "soffocante" e "stupido" di quello delle mie coinquiline gialle e nere.


Realizzato questo, ho capito perché non ho ancora rimosso il loro alveare: in fin dei conti, sono una grossa vespa.
postato da tonline | 11:39 | commenti (11)
aneddoti, equilibrismi, case


giovedì, 22 ottobre 2009
 

Allora vado

Beh, allora io andrei.
Come dite?
No, no, tranquilli. Vado.
Sì, sono sicuro.
Come?!? Ritardare?
Beh... vediamo...
No, dai: vado.
Vado?
Deciso: vado!
Allora... beh... ciao!
Vado...
... sto andando...
... quasi pronto....
sì: vado!

Io vado.


mercoledì, 21 ottobre 2009
 

Fermenti artistici

È un periodo di fertilità artistica fra le mie conoscenze:

– Mario si è dato alla pittura;

– un alieno bicefalo è atterrato nel mondo e lo osserva;

– un dinamico duo promuove collaborazioni.

Ed io?

Sento che, a modo mio, ci sto lavorando.


venerdì, 16 ottobre 2009
 

Io & M***

Aveva negli occhi una sincera ammirazione velata da una dose di orgoglio mentre parlavo: era la prima volta che le vedevo quello sguardo. Appena finii di raccontarle cosa mi accingevo a fare, mi disse incantata e compresa: "Che bella vita che avrai! Vai in contro a un sacco di casini!".
Continuò a sorridere mentre un ghigno incerto fra l'imbarazzo e la gratitudine si disegno sul mio volto.

Più tardi mi interruppe durante un racconto, perché proprio non riusciva a trattenere quell'affermazione: "Lasciamelo dire: tu non troverai mai nessuno!".
Mentre cercavo di scongelarmi dalla posizione in cui mi aveva cristallizzato per chinarmi a raccogliere i coglioni che mi erano rotolati sul parquet, aggiunse: "Ma leggi il complimento nelle mie parole, vero?!?".

M***, con tutta la stima e – se mi permetti – anche l'affetto che ho per te: i complimenti non li sai proprio fare!


martedì, 13 ottobre 2009
 

La forbice e la torcia

29 metri quadri in cui non ho dormito per: il freddo, il caldo, il rumore.
29 metri quadri pensando ai quali mi sono incazzato.
29 metri quadri entrando nei quali mi sono incazzato.
29 metri quadri che ho voluto a mia immagine e somiglianza.
29 metri quadri che sono stati realizzati a cazzo eppure (o forse per questo?) mi somigliano ancora.
29 metri quadri che spesso ho pensato non avesse senso tenere per me, visto il (pochissimo) tempo che riesco a passarci.
29 metri quadri da cui per ora non riesco a separarmi e spero di non essere costretto a farlo.
29 metri quadri in cui mi sento a casa quasi più che a casa mia.

Qualche mese fa sono riuscito a trascorrere alcuni giorni lì, a sguazzare nel vuoto e godermi le potenzialità incompiute.
A un certo punto, per qualche motivo, mi serviva una forbice e mi sono detto: "Se mi conosco, ce n'è una". Ho aperto uno dei tre mobili presenti dell'appartamento e c'era. Mi conosco.
Me e le mie nevrosi. Me e il mio inutile anelito a determinare il confine delle cose, il margine degli eventi, quasi si potesse dare esatta forma alla realtà come con la lama di una forbice affilata.

Sono tornato in quel rifugio pochi giorni fa, dopo aver dato il lasciapassare a qualcuno di violare quello spazio talmente mio che non ci voglio nessuno dentro, perché quasi sento che mi facciano violenza.
Tutto era vuoto e incompleto come sempre ma è apparso un oggetto: una torcia elettrica, sfacciatamente sola e poggiata vicino agli interruttori alle spalle del letto.
Non conosco solo me e indovino chi possa avercela poggiata. Lui e la sua paura di affrontare il buio, mista al desiderio di proteggere – se stesso, me, chiunque voglia bene – dall'ignoto. Lui e l'incapacità di dirlo a parole ma la chiara espressione nei gesti, silenziosi ma palesi.

"E non mi vergogno più
di tutto l'amore che
mi sono tenuto dentro"
Mario Venuti – La virtù dei limoni

Lui non è un ingegnere, io non so cantare.
Lui con la sua torcia, io con la mia forbice.
postato da tonline | 18:34 | commenti (14)
aneddoti, musiche, case, famiglie


sabato, 26 settembre 2009
 

140 x 1



La morale insegna che 140 caratteri possono essere più che sufficienti a descrivere un momento (anche se non sempre).

Persino io – che ho il gusto di dilungarmi – talvolta ho voglia di essere stringato.
Da qualche giorno è nato twitTimpa.
Se vi interessa, venite a trovarmi anche lì.
postato da tonline | 19:45 | commenti (4)
comunicazioni, numeri, lingue


sabato, 19 settembre 2009
 

In loop



[...] ma tu non meriti più
un battito di questa vita
per tutto quello che conta
se conta
sei come colla fra le dita
[...]
postato da tonline | 19:42 | commenti (1)
amori, comunicazioni, musiche


lunedì, 14 settembre 2009
 

7 e 40

Non c'entrano niente né la canzone di Battisti né le tasse (per fortuna!).

L'altra sera ho confessato a D*** una mia innocua nevrosi: l'orario a cui preferisco puntare la sveglia è le 7:40.

Se vi state chiedendo se è possibile avere un'ora preferita per svegliarsi, la risposta è: sì, allora?!? Ognuno c'ha le sue!
Sappiate inoltre che mi piacciono proprio i "40" perché non disdegno neppure le 6:40 (anche se di norma non sono costretto a svegliarmi così presto) e le 8:40 (ma a quell'ora, in genere, sono naturalmente sveglio).


Ho cercato una possibile giustificazione a questa mia "peculiarità" ("eufemiamoci!") e non ne ho trovate.

Però ricordo che da bambino, ai tempi delle elementari, mi svegliavo al suono di una radiosveglia Grundig che assomigliava a una botte nera e argento poggiata su un fianco. C'era la possibilità di memorizzare varie stazioni ma, forse per pigrizia, forse per il fatto che la mia camera funzionava già allora come un bunker schermato contro ogni tipo di onda (peculiarità che, quando oggi torno dai miei, mi fa impazzire perché il cellulare smette di funzionare), non usavo i tasti che permettevano un "proto-zapping" radiofonico e lasciavo sempre la stessa radio locale che – chissà perché?!? – puntualmente alle 7:40 trasmetteva ogni giorno lo stesso pezzo: la sigla di Dallas.
Se sommiamo che: qualunque suono, associato alla sveglia, non risulta piacevole; che il brano non è certo un capolavoro della discografia mondiale; che io sono cresciuto con le diatribe fra Alexis e Krystle e non ho mai seguito la saga dei petrolieri texani, capirete che io detestavo cordialmente quel motivetto.

Forse questo sincero odio mi è rimasto impresso e negli anni si è trasformato, legandosi al ricordo di quella cifra digitale rossa che vedevo appena partiva la musichetta infernale.
Non saprei: misteri di una psiche contorta.

Però l'altro giorno – in una recente luminosa mattina, precedente al plumbeo autunno calato oggi su di noi – appena ho aperto la porta dalla mia camera, ho capito perché mi piace svegliarmi alle 7:40 in questi giorni: perché è l'unico periodo dell'anno in cui i raggi del sole, a quell'ora, causano questo spettacolo (e vi assicuro: la foto non rende!).

Ed è un incantevole buongiorno che mette di buonumore!


venerdì, 11 settembre 2009
 

11.09.01 | 11.09.09

Sono passati 8 anni e l'emozione è perfettamente immutata. Almeno in me.
postato da tonline | 08:13 | commenti
ricordi, storie, oscuritÃ