1999 Amico di Timpa (uno qualunque): "Dove vai in vacanza ad agosto?"
Timpa, con tono entusiasta: "In Germania!"
Amico di Timpa, con tono sorpreso (velato di malizia): "E a fare che d'estate?!?!!"
Quell'anno in agosto trascorsi tre settimane in giro per la Germania: partendo da Monaco di Baviera risalii la corrente come un salmone fuori stagione, fino a giungere ad Amburgo e toccando in tutto una decina di città . Fu un viaggio di esplorazione, del mondo che mi circondava e di quello che avevo dentro, un viaggio in cui provai molte cose e misi alla prova me. Se tutti dobbiamo avere un "viaggio di formazione", quello fu il mio.
L'evento di quella estate era la legalizzazione delle unioni omosessuali in Germania: quando conoscevo qualcuno, in poco tempo arrivava a dirmi entusiasta che da poche settimane era possibile "sposarsi" nella loro nazione, con una gioia e un coinvolgimento tale che sembrava quasi che ognuno lo stesse chiedendo a me. Invece nessuno ambì alla mia mano (ehm... gosh!... deglut... questa espressione si rivela davvero infelice), sebbene nel corso del viaggio ebbi la fortuna di vagliare un certo numero di possibili candidati.
Ovviamente il mio percorso toccò anche Berlino. C'ero finalmente stato per la prima volta un paio d'anni prima, con un gruppo dell'università : la trovammo sotto la neve di novembre e me ne innamorai perdutamente, anche grazie alle peripezie che io e F*** vi vivemmo in quei giorni (e notti), avendola come fantastico scenario del consolidarsi definitivo della nostra grande amicizia. Così, nell'estate del '99 colsi l'occasione per rivederla ancora, stavolta da solo e col caldo: non mi piacque certo meno.
Andando a visitare un edificio di cui immaginavo avessero completato la costruzione (e invece... Berlino è proprio la capitale della Zooropa) trovai un pieghevole color carta da zucchero, con una bella grafica bianca e grigio antracite, che annunciava le celebrazioni del decennale della caduta del Muro: realizzai allora che erano passati quasi 10 anni. Conservai quel pieghevole come uno dei tanti ricordi di quel viaggio ma ogni volta che lo guardavo mi ricordavo, con una punta di dispiacere, di essere passato per Berlino solo qualche mese prima delle celebrazioni.
Da qualche tempo ho ospiti.
Per la verità la nostra convivenza è tale che, se tenessero un blog, sono certo che pure loro scriverebbero di avere un ospite (però io sono arrivato prima!).
Qualche mese fa, affacciandomi dalla finestra del bagno che tengo sempre socchiusa e non apro quasi mai, ho scoperto che in un angolo in alto c'era appeso un oggetto rotondo, somigliante a una grezza semisfera bucherellata nella parte più piatta, brulicante di... Ahhh! Orrore: un alveare!
Ho richiuso alla velocità della luce e deciso di fingere di non sapere. Maturo e decisionista, eh?!?
Di fatto, io e le vespe continuiamo a convivere spartendoci il territorio: io dentro casa, loro fuori dalla finestra.
Solo due volte una è entrata e io l'ho convinta a uscire favorendole il percorso e parlandole per farle rilevare che, come poteva constatare, non c'era niente di interessante per lei in casa mia, quindi sarebbe stato cortese che togliesse il disturbo. Per quanto questa scena sembrasse la versione ridotta e sacrilega di San Francesco che parla ai lupi, ha funzionato.
Dal canto mio, attraverso la fessura laterale dalla finestra a vasistas del bagno – che è sempre rimasta aperta – mi diletto ogni tanto a spiare le loro dinamiche di gruppo: indaffarate a ronzare attorno all'alveare, strette strette sulla superficie, tutte nascoste e solo qualche sentinella fuori, seguendo chissà quale sollecitazione proveniente dalle ore del giorno, dal ciclo vitale, dalle stagioni.
Mi colpisce soprattutto una cosa: sembrano sempre sapere cosa fare, come sistemarsi, dove andare. Non credo che in questo tipo di organizzazioni sociali l'insegnamento abbia un peso rilevante. Credo che l'esattezza di ogni loro comportamento sia dovuto prevalentemente all'istinto. Un istinto "soffocante" per quanto poco spazio lascia alla libera iniziativa, "stupido" per il determinismo con cui condiziona ogni azione; un istinto al contempo intelligentissimo e meraviglioso per l'estasiante esattezza che assegna alle loro vite.
Di recente mi hanno chiesto quali siano le persone e le cose che, nella mia vita, hanno davvero valore, che costituiscono il terreno sicuro in cui ho messo radici. Così, una domanda semplice! Ma si sa che frequento gente strana.
Beh, ha sorpreso prima di tutto me, constatare il fatto che rispondere a questa domanda è stato più semplice del previsto. Ci ho pensato un po' e ho velocemente stilato un breve elenco di persone e luoghi che sono la mia "terra": tre posti (forse quattro o cinque, allargando un po' il cerchio) e più o meno altrettante persone (qualcuna in più, per la verità e per fortuna). Chi, cosa e dove non lo saprete così facilmente... Ah! Ah! Ah (questa dovrebbe suonare satanica)
Beh, allora io andrei.
Come dite?
No, no, tranquilli. Vado.
Sì, sono sicuro.
Come?!? Ritardare?
Beh... vediamo...
No, dai: vado.
Vado?
Deciso: vado!
Allora... beh... ciao!
Vado...
... sto andando...
... quasi pronto....
sì: vado!
Aveva negli occhi una sincera ammirazione velata da una dose di orgoglio mentre parlavo: era la prima volta che le vedevo quello sguardo. Appena finii di raccontarle cosa mi accingevo a fare, mi disse incantata e compresa: "Che bella vita che avrai! Vai in contro a un sacco di casini!".
Continuò a sorridere mentre un ghigno incerto fra l'imbarazzo e la gratitudine si disegno sul mio volto.
29 metri quadri in cui non ho dormito per: il freddo, il caldo, il rumore.
29 metri quadri pensando ai quali mi sono incazzato.
29 metri quadri entrando nei quali mi sono incazzato.
29 metri quadri che ho voluto a mia immagine e somiglianza.
29 metri quadri che sono stati realizzati a cazzo eppure (o forse per questo?) mi somigliano ancora.
29 metri quadri che spesso ho pensato non avesse senso tenere per me, visto il (pochissimo) tempo che riesco a passarci.
29 metri quadri da cui per ora non riesco a separarmi e spero di non essere costretto a farlo.
29 metri quadri in cui mi sento a casa quasi più che a casa mia.
Qualche mese fa sono riuscito a trascorrere alcuni giorni lì, a sguazzare nel vuoto e godermi le potenzialità incompiute.
A un certo punto, per qualche motivo, mi serviva una forbice e mi sono detto: "Se mi conosco, ce n'è una". Ho aperto uno dei tre mobili presenti dell'appartamento e c'era. Mi conosco.
Me e le mie nevrosi. Me e il mio inutile anelito a determinare il confine delle cose, il margine degli eventi, quasi si potesse dare esatta forma alla realtà come con la lama di una forbice affilata.
La morale insegna che 140 caratteri possono essere più che sufficienti a descrivere un momento (anche se non sempre).
Persino io – che ho il gusto di dilungarmi – talvolta ho voglia di essere stringato.
Da qualche giorno è nato twitTimpa.
Se vi interessa, venite a trovarmi anche lì.
Forse questo sincero odio mi è rimasto impresso e negli anni si è trasformato, legandosi al ricordo di quella cifra digitale rossa che vedevo appena partiva la musichetta infernale.
Non saprei: misteri di una psiche contorta.